La voce di Federsanità

Regionalismo differenziato? Per la sanità la posta in gioco non è un po’ di autonomia in più ma la riforma del sistema

Oggi la discussione sull’eguaglianza di accesso ai servizi sanitari non può prescindere dal tema del regionalismo differenziato. L’articolo 116 terzo comma Costituzione prevede che la legge ordinaria possa attribuire alle regioni ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia sulla base dell’intesa fra lo Stato e la regione interessata.
 
Sappiamo che ad oggi solo tre regioni hanno avviato negoziati con il Governo per arrivare ad una intesa sull’attribuzione di autonomia differenziata. Altre 7 hanno conferito al Presidente della regione l’incarico di chiedere al Governo l’avvio delle trattative per ottenere ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia e 3 hanno assunto iniziative preliminari che, in alcuni casi, hanno condotto all’approvazione di atti di indirizzo.
 
La disposizione costituzionale circoscrive gli ambiti materiali su cui sono attivabili le “ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia”: 1) tutte le materie di potestà legislativa concorrente 2) alcune materie di legislazione esclusiva statale.
 
È interessante capire quali ambiti di autonomia abbiano chiesto le Regioni, perché le richieste riferite ai singoli ambiti, se viste in ottica sinergica tra loro, non sono neutrali rispetto all’eventuale impatto sul sistema salute del nostro Paese. Un conto è, infatti, ottenere autonomia, da gestire in via esclusiva, anziché concorrente (ovvero all’interno di un quadro di riferimento nazionale omogeneo per tutti),  rispetto alla sola materia salute, un conto è sommare a questa autonomia quella in materia di previdenza complementare e integrativa, quella in materia di formazione, anche universitaria, quella in materia di lavoro.
 
Quasi tutte le Regioni hanno richiesto, quali aree di autonomia, l’inclusione delle materie riguardanti il lavoro e l’istruzione, anche universitaria; alcune il coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario; alcune ricerca scientifica e tecnologica e sostegno all’innovazione per i sistemi produttivi; altre previdenza complementare e integrativa. Oltre alla salute, richiesta da tutte le regioni.
 
Il che vuol dire che la materia del regionalismo differenziato può incidere, in materia salute, oltre che sull’organizzazione, su lavoro e formazione in sanità, su ricerca in sanità, su finanziamento in sanità e su previdenza complementare. Una vera rivoluzione copernicana, lasciata in mano alle Regioni.
 
Ad oggi non sono stati approvati interventi legislativi organici volti a disciplinare la procedura di attuazione dell'art. 116, terzo comma, della Costituzione.
 
Nel 2007 il Consiglio dei Ministri aveva approvato uno schema di disegno di legge di attuazione dell’articolo 116, terzo comma, della Costituzione, che non ebbe ulteriore seguito.
 
Lo schema recava disciplina dettagliata del procedimento da seguire, con riferimento alla definizione dell’intesa e alla presentazione del disegno di legge per l’attribuzione dell’autonomia ampliata. In particolare prevedeva:

• che fosse preventivamente acquisito il parere del CAL (ovvero, ove non istituito, degli enti locali anche attraverso le loro associazioni rappresentative a livello regionale) sull'atto di iniziativa della regione da presentare al Governo;
 
• che lo schema di intesa per l'attribuzione di forme e condizioni particolari di autonomia - sottoposto per l'assenso ai Ministri competenti sulle singole materie - venisse approvato dal Consiglio dei ministri, di concerto con i Ministri competenti per materia, con il Ministro dell’economia e delle finanze e con gli altri Ministri interessati, sentita la Conferenza Stato-regioni;
 
• che, dopo la sottoscrizione dell’intesa da parte del Presidente del Consiglio dei ministri e del Presidente della regione, il Governo deliberasse entro trenta giorni la presentazione in Parlamento dell’apposito disegno di legge per l’attribuzione dell’autonomia ampliata.
 
Quindi, la mancanza di un intervento legislativo organico desta ulteriori preoccupazioni. Ma il problema resta, soprattutto, di sostanza. E resta di sostanza mentre si sta avviando il percorso per un nuovo Patto per la salute e per un nuovo sistema di riparto del fondo sanitario, in un momento cruciale per la sanità nazionale.
 
La forte aderenza allo sciopero dei medici del 23 novembre lo dimostra. È intollerabile che gli stipendi dei medici siano fermi dal 2010 e che quelli degli altri  professionisti della sanità siano tra i più bassi di Europa, mentre il privato continua ad attingere alle nostre risorse professionali migliori.
 
La svolta del sistema può avvenire solo con un forte salto tecnologico, ma se perdiamo la motivazione dei nostri professionisti, chi userà quelle risorse? Siamo alla ricerca della sostenibilità del sistema ma, al contempo, importanti esponenti delle forze del nostro parlamento criticano chi questa sostenibilità ha ricercato ed ottenuto, senza fornire nuove ricette.
 
Il paese è impoverito, cresce il numero di chi ha difficoltà a curarsi, ma pare che tutta la colpa sia dei direttori generali che non sanno utilizzare le risorse, una sorta di untori manzoniani, cui imputare la diffusione della peste, senza alcuna ricerca profonda delle cause.
 
In realtà, il sistema ha bisogno di ulteriori finanziamenti e non basta scaricare le colpe sui direttori generali per distogliere l’attenzione dal problema dell’oggettivo gap rispetto agli omologhi sistemi europei. E, comunque, non si può ignorare il grido di quelle regioni che, con forza, stanno chiedendo maggiore autonomia nel tentativo di salvaguardare quello che con fatica hanno raggiunto, ovvero un SSN che in termini di efficienza è quarto al mondo.
 
Crediamo, quindi, che qualunque discussione sul regionalismo differenziato non possa prescindere da un approccio che guardi al sistema in termini di riforma: riforma dei principi di organizzazione, dei sistemi di finanziamento, dei criteri di riparto di tale finanziamento, della programmazione universitaria, del mondo del lavoro pubblico che è diventato insostenibile, teso più alla massificazione dei trattamenti che alle prospettive di carriera per i meritevoli.
 
Quindi, se la riflessione sul regionalismo differenziato servirà a lanciare una nuova stagione di riforme, che affronti integralmente gli aspetti critici sottolineati ed enucleati nelle richieste di autonomia avanzate dalle regioni,  ben venga. Probabilmente, ha poco senso affrontare in maniera settoriale il riparto del fondo, con un sistema di finanziamento fermo, sostanzialmente, ad una normativa di 20 anni fa.
 
E forse ha ormai poco senso affrontare una tornata contrattuale dei medici o della medicina convenzionata senza stabilire dove tutto il sistema deve andare, perché trattasi di tematiche interdipendenti che non possono essere affrontate in maniera parcellizzata. Idem per la programmazione universitaria delle scuole di formazione o per gli ordinamenti universitari o per la ricerca.
 
L’augurio è, pertanto, l’avvio di una riflessione integrale del sistema, con adeguati strumenti normativi, non escluso quello di una legge delega, con il cittadino e il professionista al centro.
 
Tiziana Frittelli
Presidente di Federsanità Anci

 

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